Senza la guerra di Fortuna ria

      Senza la guerra di Fortuna ria,
       la qual vincer si puote per valore,
       non può mai gentil core
       esser felice in stato alcun che sia.
5        Non ha diletto Iddio più grazioso
       se volger degna li occhi suoi in terra,
       com’è di riguardar un vertuoso
       a cui l’aspra Fortuna faccia guerra;
       e quanto più di male ella diserra
10        verso l’animo ch’è di valor pieno,
       cotanto ’l cura meno,
       perché è di chi fa la villania.
       Per ingannar soffrir vari tormenti,
       soffrir infamia, povertade e morte,
15        non creda alcun che gentil cor paventi,
       perché è di quel che è fuor di lui più forte:
       el vince tutto quel che manda Sorte
       e ’l muta in ben né si lascia mutare,
       come fa il vivo mare
20        i fiumi che riceve in compagnia.
       Or quel che dotta esser in esilio,
       deh guardi ciò ch’el nocque a Scipione
       e pensi quant’el spiacque a quel Rutilio
       che disdegnò tornare a sua magione.
25        Sollazzo è questo de le menti bone,
       che ’l savio per profitto ogni or porta
       per dritta via e per torta,
       e patria con amici è dov’el sia.
       D’assai soffrir tormenti e non turbarse
30        Regulo valoroso avrò in essemplo;
       e Muzio, che la mano stesso s’arse,
       con santi e sante assai a ciò contemplo.
       La voglia mia per tal voglia ademplo,
       che donne han vinto il disio de la carne:
35        onde, s’el pò turbarne,
       le femmine avanzian in codardia.
       La povertà, che par mortal supplizio,
       necessità contemplo ai cuori elati:
       guardi ciascun che nocque al buon Fabrizio,
40        a Zenone, a Diogène, ai santi abati:
       nulla bramando costor fur beati,
       però che poco sazia la natura
       ne la cupida cura,
       ond’è beato più chi men desia.
45        Se ’l bon per molti ispesso si disfama,
       perch’egli è bono, questo è falsamente.
       El bon d’esser biasmato dal vil ama
       perché gli è loda il biasmo di tal gente;
       e se turbazion di questo el sente,
50        pensi che vizio in lui ancor tien loco,
       ch’el non s’accende il foco
       se non in cosa dove ha signoria.
       S’el pensa l’omo ch’una morte sola
       veloce, inopinata aver convene,
55        e pensa poi per quante vie li è nota
       coi morbi so che natura contene,
       cagion bramerà ogni or di morir bene,
       sperando che morte ch’è con virtute
       mena a somma salute,
60        come sperò Davìd contra Golia.
       Ahi quanto è al cor gentil gravosa lite
       spender un’ora mal di tutto l’anno!
       Ahi quanto Sardanapal e Tersite
       gola e lussuria amò sedendo in scanno!
65        Sol non bene operar fo [loro] danno.
       E quanto in ciò Fortuna li è più fiera,
       tanto più gloria spera,
       ché dopo nube chiar convien che sia.
       Dunque ciascun faccia l’animo grande,
70        al quale grande nulla cosa è magna,
       e pensi ciò che Fortuna li mande
       esser ufficio del qual si guadagna;
       e se d’aversità el si dà lagna,
       pensi che ’l difetto vien da se stesso,
75        perché è da Dio concesso
       che poco senno vince assai follia.
       Ballata, io son come ’l porco ferito
       sor cui li amici son spasmati a doglia,
       che del suo caso si fa per guarito
80        e sol procura che a questi [el] si toglia:
       onde vattene omai di buona voglia
       a chi tu senti del mio stato infermo,
       e di’ ch’io sto pur fermo, ma chi assai piega tosto romperia.

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PARAFRASI

Senza affrontare la guerra che gli fa la Sorte avversa, che può essere sconfitta dal coraggio, nessun cuore nobile può essere felice, in qualunque stato si trovi. Iddio, se si degna di volgere lo sguardo sulla terra, non ha un piacere più gradito del guardare un uomo di valore perseguitato dalla malasorte; e quanto più essa getta ostacoli contro un animo pieno di virtù, tanto meno lui se ne cura, perché essa si ritorce contro agisce male. Nessuno creda che un cuore nobile debba aver timore di sopportare, a causa della sua natura ingannatrice, diversi tormenti, infamie, la povertà e la morte, perché esso è più forte di ciò che giunge dall’esterno: esso prevale su tutto ciò che la Sorte gli manda contro, e lo trasforma in qualcosa di buono, e non si lascia mutare, come fa il mare, sempre in movimento, con i fiumi che riceve in quantità. Ecco, chi ha paura di vivere in esilio guardi che cosa mai recò danno a Scipione (l’Africano, esiliato ingiustamente, la cui fama è rimasta intatta) e pensi a quanto risultò sgradito a Rutilio (Publio Rutilio Rufo, accusato di aver mal governato l’Asia, che andò in esilio volontario), che non volle tornare in patria. Questo, per le menti rette, è un conforto che sostiene sempre con profitto chi è saggio, lungo una strada diritta oppure sbagliata, e la sua patria è dove sono i suoi amici. Come esempio del sopportare i tormenti senza turbarsi prenderò il valoroso (Attilio) Regolo (che, fatto prigioniero e inviato in ambasceria a Roma, tornò a Cartagine dopo aver incitato i Romani a continuare la guerra, sapendo che sarebbe stato ucciso), e ammiro Muzio (Scevola), che si bruciò da sé una mano (per punirsi d’aver fallito l’uccisione del re nemico Porsenna), e molti santi e e sante (martirizzati per la loro fede). Appago la mia volontà (di resistere) con la stessa volontà con cui le (sante) donne hanno vinto i desideri terreni: quindi, anche se questo ci può turbare, superiamo le donne in vigliaccheria. La povertà, che sembra un supplizio mortale, la considero necessaria per i cuori elevati: tutti considerino in che cosa abbia danneggiato il valoroso Fabrizio (console romano), Zenone e Diogene (filosofi), i santi abati: questi divennero beati non desiderando nulla, perché la natura umana non si sazia nella bramosia smodata, e quindi è beato chi desidera di meno. Se una persona buona viene spesso infamata da molti proprio perché è buona, questa è una cosa sbagliata. La persona buona accetta di essere biasimata da una persona dappoco, perché per lui il biasimo di gente del genere è una lode; e se si sente in collera per questo biasimo, pensi che in lui c’è ancora qualcosa di sbagliato, perché il fuoco non si accende se non dove può dominare. Se uno pensa che sia bene avere una morte sola, rapida e inattesa, e pensa anche a quanti sono i modi di morire soltanto con le malattie che esistono in natura, avrà sempre il desiderio di morir bene, nella speranza che una morte virtuosa porti alla salvezza eterna, come sperò Davide affrontando Golia. Oh, che tormento insopportabile per un cuore nobile sprecare malamente un’ora in tutto l’anno! Ah, quanto Sardanapalo (il vizioso re assiro) sedendo sul trono e Tersite (l’insolente e vile personaggio dell’Iliade) amarono la gola e la lussuria! Furono rovinati solo dal loro operare non rettamente. E quanto più, in questi casi, la Fortuna è avversa, tanto più spera in una gloria maggiore, ché dopo le nubi deve tornare il sereno. Dunque ognuno abbia un animo grande, per il quale, se è grande, nessuna impresa è troppo difficile, e pensi che il compito che la Fortuna gli riserba può essere vantaggioso; e chi si lagna delle avversità, pensi che il difetto viene da lui stesso, perché Dio concede che poca saggezza prevalga su molta follia. Ballata, io sono come un cinghiale ferito su cui i compagni agonizzano, che si considera guarito dalla propria condizione e bada solo a liberarsi di loro: perciò va’ pure da chi vedi in ansia per il mio stato, e di’ che io sono sempre impavido, mentre chi si piega troppo può anche spezzarsi.

COMMENTO

A Bruzio Visconti, uno dei poeti minori del Trecento nelle corti settentrionali, si devono quattro canzoni tra cui quella in difesa delle donne (Quasi come imperfetta creatura), due sonetti e questa ballata sulla Fortuna. Lo schema metrico, con le undici stanze ABABBCcX e la ripresa XYyX, è uguale a quello della ballata Cara mie donna di Francesco Landini, il maggior musicista del tempo, caposcuola dell’Ars nova. Da vero condottiero, l’autore vi esalta, sulle orme dello stoicismo di Seneca, e con tono severo e sentenzioso, il coraggio di una serie di uomini famosi che hanno saputo tener testa alla sorte avversa.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Bruzio (o Brizio) Visconti (m. 1357), uomo d’arme e diplomatico, figlio naturale di Luchino, è podestà di Lodi dal 1336 al 1344 e signore di Tortona nel 1347. Dopo la morte del padre, l’ostilità dell’arcivescovo Giovanni, suo zio e signore di Milano, lo induce all’esilio. Al servizio di Giovanni Visconti da Oleggio, signore di Bologna, è fra gli organizzatori della congiura, fallita, contro di lui; scoperto, grazie alla sua parentela evita la condanna a morte, ma non la confisca di tutti i beni; ripara nel Veneto, dove muore in povertà. Uomo di cultura, amante della poesia e poeta egli stesso, nel 1344, sotto falso nome, accusa il Petrarca di aver ricevuto un'incoronazione poetica prematura e immeritata. (Il poeta reagisce, pur senza nominarlo, con due lettere delle Epystole metrice, libro II, 11 e 18). Questa polemica rivela non solo il carattere di un uomo abituato al comando, ma anche la volontà di far prevalere i temi eroici e morali più severi contro la nuova lirica amorosa.
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