Caporetto

di Rocco Luigi Nichil*

 

Il toponimo Caporetto (slov. Kobarid, ted. Karfreit), nome di un piccolo centro dell’alta valle dell’Isonzo, oggi in territorio sloveno, è legato al ricordo di una sconfitta, probabilmente la più grave disfatta militare, politica e morale nella storia italiana.

Nell’estate del 1917, dopo due anni di guerra contrassegnati dalle continue offensive italiane sul fronte, il Regio esercito aveva occupato gran parte dell’Altopiano della Bainsizza. Tuttavia, sebbene avessero prostrato la resistenza degli Austro-ungarici, gli attacchi italiani non si erano rivelati decisivi. Nelle settimane successive, il Comando tedesco, alleggerita la pressione a oriente per via dei problemi interni della Russia, trasferì sul fronte italiano sei divisioni di truppe scelte (una settima venne organizzata più tardi).

Lo Stato maggiore italiano era a conoscenza di un’imminente offensiva del nemico, ma non riuscì a scongiurarlo: di fatto, il Regio esercito non era preparato a strategie difensive, cosicché quando scattò l’attacco, le truppe autro-tedesche travolsero le prime linee italiane costringendo il resto dell’esercito a una drammatica ritirata, prima verso il Tagliamento, poi sulla linea del Piave.

 

La dichiarazione di Cadorna

 

Alle 2.00 del 24 ottobre 1917, i cannoni austro-tedeschi iniziarono i primi tiri di preparazione. Alle 6.00 partirono i tiri di distruzione. I fanti, nascosti dalla nebbia, si avvicinarono alle posizioni italiane, e alle 8:00 andarono all’assalto delle trincee. I cannoni italiani, pur disposti in buon numero nella zona, rimasero a lungo inermi e più tardi spararono in modo disorganico. Ciò avvenne perché il generale Badoglio, al comando del XXVII corpo d’armata, aveva avocato a sé l’ordine di aprire il fuoco: ma il quartier generale era lontano alcuni chilometri dalla prima linea e i colpi di cannone avevano fatto saltare le linee telefoniche. Quando i portaordini tornarono nelle trincee l’esito della battaglia era già segnato. La portata della sconfitta fu chiara fin dai primi giorni e il 28 ottobre, mentre ancora imperversavano gli scontri, il Comando del Regio esercito diramò un bollettino di guerra (n. 887) nel quale il Capo di Stato maggiore Luigi Cadorna attribuiva la responsabilità della disfatta al comportamento vile di alcuni reparti sul fronte. La dichiarazione, che apparve subito come un goffo tentativo di coprire gli errori strategici degli ufficiali superiori, destò enorme impressione, e a poco valse il tentativo di edulcorarne il testo da parte del governo italiano, dal momento che la versione originale era già stata spedita alle agenzie di stampa estere. Il 9 novembre Cadorna fu rimosso dal suo incarico. Ancor prima aveva rassegnato le dimissioni il presidente del Consiglio Paolo Boselli. Alla fine della Battaglia di Caporetto o Dodicesima battaglia dell’Isonzo (12 novembre 2017), durante la quale morirono più di diecimila soldati italiani e almeno il triplo rimase ferito, non solo il Regio esercito, ma il paese intero appariva allo sbando.

 

L’enfasi sul nome

 

La notizia della sconfitta, com’è facile intuire, ebbe una eco smisurata in tutta Italia e il toponimo Caporetto acquisì presto un’aura sinistra. Il 19 dicembre, in un intervento alla Camera, Genuzio Bentini parlò di ?disastro di Caporetto? (Atti parlamentari, XXIV Legislatura, Discussioni, p. 15.254), e negli stessi termini si espressero,quel giorno e nei giorni successivi, altri deputati, tra i quali Pietravalle (?l’inenarrabile disastro di Caporetto?) e Crespi (?il dolorosissimo disastro di Caporetto?, ivi, p. 15.347), mentre altri ancora parlarono di ?catastrofe di Caporetto? (Colajanni, ivi, p. 15.439) e di ?sventura di Caporetto? (Federzoni, ivi, p. 15.419).

Se l’enfasi che accompagna il ricordo della sconfitta prelude alla trasposizione metaforica del toponimo, anche la frequenza con cui compaiono tali locuzioni concorre alla lessicalizzazione del nome: la struttura determinato-determinante finisce quindi per perdere il primo elemento, il cui significato è fatto proprio dal secondo per antonomasia (la disfatta di Caporetto>la Caporetto). Non è un caso forse che tra le prime attestazioni della voce con il significato di ‘disfatta, grave sconfitta’ la stessa compaia di genere maschile, quasi a sottintendere disastro (?un Caporetto più grande, sia pure non più militare, ma diplomatico?, Benito Mussolini, Il Popolo d’Italia,18 gennaio 1918, p. 1; ?[...] precipitiamo allegramente, costantemente, e ormai da più anni, da un Caporetto ad un altro?, Filippo Turati, Critica Sociale, a. XXVIII, n. 17, 1-18 settembre 1918, p. 201).

 

La stampa, cassa di risonanza

 

D’altra parte, se è vero che ?i processi di lessicalizzazione [...] nel caso di eventi bellici traumatici sono velocissimi? (Caffarelli 2015, p. 2), il passaggio di Caporetto da nome proprio a nome comune appare già compiuto alla fine del 1917, come mostrano ancora una volta i discorsi parlamentari dell’epoca (?un’altra Caporetto!?, Centurione Scotto, Atti parlamentari, XXIV Legislatura, Discussioni, p. 15.361; ?una nuova Caporetto?, Turati, ivi, p. 15.428). La stampa agì come cassa di risonanza, contribuendo in modo determinante al radicamento del deonimico nel lessico (cfr., ad esempio, Corriere della sera, 28 giugno 1918, p. 4). L’uso traslato del nome fu particolarmente caro a Mussolini, dalla cui penna nacque nel 1918 l’espressione di scherno ?marchese di Caporetto?, titolo attribuito dapprima a Claudio Treves (indicato anche come ?l’onorevole Caporetto? e ?Claudio Treves von Caporetto?) per il suo impegno pacifista, più tardi, dopo l’8 settembre del ’43, a Badoglio.

 

Alfredo Panzini fu il primo

 

Di fatto, anche questa circostanza dimostra quanto fosse ormai diffuso l’uso metaforico del nome; Alfredo Panzini lo registrò nel Dizionario moderno fin dalla quarta edizione (1923) (? [...] sconfitta, disastro. Caporetto elettorale, le elezioni politiche del novembre 1919, che segnarono la sconfitta dei liberali, con la elezione di 156 socialisti e 90 popolari?):circostanza assai curiosa, se si considera che ancor oggi la lessicografia ufficiale (GRADIT, Devoto-Oli 2014, Zingarelli 2014) rimanda la prima attestazione della voce soltanto al 1959, facendo riferimento al romanzo Una vita violenta di Pasolini, citato dal GDLI, che tuttavia registra solo la locuzione far Caporetto; al 1950, rinviano invece il Sabatini-Coletti 2008 e il Deonomasticon Italicum, sulla scorta del DEI, il quale però non fornisce la fonte.

 

Insuccessi derivati

 

Da sempre le sconfitte colpiscono l’immaginario collettivo più delle vittorie. Non è raro, perciò, che il nome di un teatro di guerra possa risalire fino alla lingua comune, tendenza che ovviamente sarà proporzionale al clamore suscitato dall’avvenimento: tanti sono gli esempi che si possono fare a questo proposito per ciò che riguarda la lingua italiana, dalle sconfitte che rimandano all’antichità (Canne) a quelle più recenti (Waterloo), dalle disfatte che riguardano direttamente la storia nazionale (Custoza) a quelle lontane dal suo orizzonte (Beresina). Talvolta si tratta di semplici occasionalismi, altre volte di voci che restano confinate in un determinato periodo storico, raramente di parole che si ancorano stabilmente nel lessico; gli odierni dizionari, in effetti, restituiscono ben pochi casi di questo tipo: il GRADIT, il Devoto-Oli 2014 e il Sabatini-Coletti 2008 registrano soltanto Caporetto e Waterloo, mentre lo Zingarelli 2014 aggiunge l’idronimo Beresina. Solo Caporetto, però, ha generato un nutrito numero di derivati (caporettaio; caporettare; caporettiano,pre-caporettiano e post-caporettiano; caporettismo, caporettista e caporettistico; incaporettare e incaporettato) e un composto (caporettocentrico): sebbene pochissime siano presenti nei repertori lessicografici (caporettiano, caporettistico e incaporettare nel GRADIT, caporettiano nel Devoto-Oli 2014) e per quanto destinate forse a non lasciare traccia nella lingua, anche queste parole testimoniano la centralità di Caporetto nella storia italiana e la sua eredità centenaria.

 

Testi citati

Caffarelli 2015 = Enzo Caffarelli, Lessicalizzazioni e transonimie nei toponimi teatri di battaglia, in Giuseppe Brincat (a cura di), Onomastica bellica. Da Torino a Malta, Malta, University of Malta Press, pp. 1-23.

Ringrazio l'amico Enzo Caffarelli, dal cui lavoro ho tratto suggerimenti fondamentali e numerosi spunti di riflessione.

 

*Rocco Luigi Nichil ha conseguito il dottorato di ricerca in Linguistica storica e Storia linguistica italiana presso l’Università di Roma – La Sapienza. Insegna in una scuola secondaria di secondo grado e collabora con la cattedra di Linguistica italiana dell’Università del Salento. Si occupa di storia della lingua italiana, storia delle parole, lingua della politica e lessicografia italiana e dialettale e ha scritto alcuni contributi a stampa su varie riviste scientifiche e in opere miscellanee.


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