21 dicembre 2017

Credere a Babbo Natale

è giusto o sbagliato raccontare ai bambini la leggenda di Babbo Natale? Quali conseguenze può produrre la scoperta della verità? E quando e come introdurre la ‘cruda’ realtà? 

Il dibattito ferve, e non solo tra i genitori. In America al riguardo esiste una letteratura notevole e il tema è stato analizzato dagli psicologi d’Oltreoceano in modo molto dettagliato, con metodo scientifico e sperimentale, dal punto di vista cognitivo, affettivo e morale.

Intanto, una domanda preliminare: è lecito mentire ai propri figli, seppure con lo scopo di edulcorare la realtà? Questo è l’argomento forse fondamentale, la cui risposta è dirimente dell’intera questione. Vi è in effetti chi stigmatizza pesantemente anche questo genere di bugia bianca, come per esempio il filosofo David Kyle Johnson, del King’s College (Pennsylvania), che nel 2015 ha scritto il saggio The myths that stole Christmas, in cui spiega che mentire è sbagliato in quanto potrebbe produrre nel fanciullo uno shock al momento della scoperta della verità, e anche perché indurre a un comportamento virtuoso attraverso una bugia è manipolatorio, ed è dunque un insegnamento eticamente ambiguo, che potrebbe avere conseguenze negative sui successivi comportamenti dei bambini.

Johnson però sostiene una posizione minoritaria. Non è affatto d’accordo, per esempio, la psicologa Kristen Dunfield, della Concordia University (Montréal, Canada), per la quale invece questo genere di bugie è innocuo e anzi favorisce nel bambino lo svilupparsi del ragionamento controfattuale, un’abilità che è alla base di ogni scoperta scientifica, poiché lo costringe a porsi domande su cosa sia possibile e cosa no e a trovare indizi e prove per discernere la verità. Dunfield cita a sostegno della sua ipotesi un importante studio sperimentale condotto dalla collega Jacqueline D. Woolley, della University of Texas di Austin, anch’essa grande sostenitrice di Babbo Natale, che con altri due psicologi ha pubblicato il citatissimo A visit from the Candy Witch: factors influencing young children’s belief in a novel fantastical being (2004): gli psicologi, presentando ad alcuni bambini una figura fantastica nuova (poiché l’eccesso di ‘rumore’ intorno al personaggio di Babbo Natale avrebbe potuto inquinare i risultati della ricerca), quella appunto della strega delle caramelle, hanno mostrato quanto fosse importante per rinforzare la credenza dei bimbi più grandi produrre delle prove empiriche, poiché delle sole rassicurazioni verbali tendevano a non fidarsi pienamente, ciò che dimostra inequivocabilmente che anche figure magiche di pura invenzione solleticano nel bambino lo scienziato che è in lui.

Ma può davvero la scoperta della verità creare un trauma nei nostri figli? No: lo assicura tra i molti Carole S. Slotterback, della University Scranton (Pennsylvania), autrice di The psychology of Santa (2009), che ha analizzato centinaia di reazioni infantili alla notizia della inesistenza di Babbo Natale, rilevando un solo doloroso caso, quello di una bimba a cui il padre, evidentemente nietzschiano, aveva raccontato che Babbo Natale non è che non fosse mai esistito ma che, purtroppo, era morto di infarto. Su tale questione si può anche leggere l’ulteriore studio sperimentale, benché non più recentissimo, Encounter with reality: Children’s reactions on discovering the Santa Claus myth (1994) di Carl J. Anderson e Norman M. Prentice, che mostra che le reazioni di tristezza al disvelamento della verità si registrino non tanto nei bambini, quanto nei genitori osservando l’indifferenza dei loro figli.

Infine, quando e come introdurre la verità? La maggioranza degli psicologi assicura che tra i 6 e gli 8 anni tutti i bambini, a seconda della loro maggiore o minore propensione alla immaginazione, lo scopriranno da soli. Non si tratterà di un’intuizione improvvisa e folgorante, bensì del risultato di una serie di illazioni progressive perfettamente coerenti al loro grado di sviluppo cognitivo e affettivo. Sarà sufficiente osservare quali tipi di domanda nei diversi momenti vi rivolgano (per esempio, “come fa Babbo Natale a portare i regali a tutti i bimbi in una sola notte?”, o “come mai non mi ha portato il cavallo che desideravo tanto?”, ben diverse da domande tipicamente più infantili quali  “dove abita Babbo Natale”, “non hanno freddo le renne?”), per capire quanto si stia avvicinando nostro figlio alla verità e quindi accompagnarlo nel percorso intrapreso stimolando le sue capacità logiche e di osservazione (su tale punto si veda Imaginary figures of early childhood: Santa Claus, Easter Bunny, and the Tooth Fairy, 1978, di Norman M. Prentice, Martin Manosevitz e Laura Hubbs).


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